Informazione & futuro… nuove prospettive di libertà… [1]

30 12 2008

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Mi sono occupato altre volte delle nuove prospettive che la rete apre alla diffusione delle notizie e delle opinioni. E’ un tema che appartiene a cosa sarà nel prossimo futuro, inevitabilmente; c’è chi ha già compreso in che direzione ci stiamo muovendo, c’è chi continua a nasconderlo, innanzitutto a se stesso; c’è chi prova a resistere nelle posizioni in cui si trova, di privilegio forse, e non ha abbastanza risorse mentali per aprirsi al domani, interpretando i mutamenti nel senso che potrebbe consentirgli di rimanere credibile… cercando, piuttosto, di rimandare il più possibile gli effetti che verranno fuori dalle conseguenze dell’affermarsi della rete sul web.

Anche nel futuro avrà più valore non già il numero, ma la qualità dei numeri; e, in questo, conterà in misura decisiva, anche in proiezione della stessa esistenza di una editoria sul web.

Perché non avrà peso la quantità dei flussi, ma la permanenza di lettura e di visione dei contenuti proposti. Oggi è ancora un tempo per immaginare, e per la riflessione. Nell’immediato, poi, sarà invece un tempo per nuovi assetti ed equilibri… crolleranno alcune delle certezze alle quali continuano ad accostarsi taluni, troveranno espressione forme di comunicazione che non è difficile immaginare sin da adesso. Basta saper guardarsi attorno e, soprattutto, saper guardare altrove che dinanzi a sé. 

 

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Se vediamo cosa accade ai grandi gruppi editoriali – carta stampata e multimedia – una cosa appare nella sua evidenza: il persistere di una concezione del rapporto tra chi fa informazione e chi ne fruisce, ancorata al vecchio concetto di distinzione tra chi dà la notizia, o offre il suo commento, e coloro che ne sono i destinatari. Sulla rete, da questo punto di osservazione, succede ancora che i grandi gruppi editoriali si muovano su questa vecchia linea, pur provando a mimetizzarla con la possibilità di commentare, di scrivere una mail, di segnalare l’articolo o il video o il link a cui si fa riferimento. Manca, in realtà, l’essenza del nuovo offerto dalla comunicazione in rete: l’interazione, l’analisi condivisa; e il dialogo, lo scambio di visuale che dovrebbe conseguirne. Il sito web di un quotidiano o di un periodico persiste nell’impostazione di sempre, che è tipica della carta stampata; così nel caso delle televisioni, con la loro staticità d’origine, legata alla natura stessa del mezzo, che impedisce qualsiasi forma di partecipazione.

Si parla di linea editoriale riferendosi a cosa è accaduto e continua ad accadere nel percorso da un senso all’altro che ha caratterizzato, da sempre, il modo di informare; e questo avviene anche in rete, nella concezione, che è poi la loro visione delle cose, dei grandi gruppi editoriali: senza che ci siano quei mutamenti obbligati che la diversa tipologia del mezzo presuppone come essenziali.

Personalmente non condivido l’idea di chi si oppone a un finanziamento pubblico all’editoria e ne ho scritto altre volte i motivi; quello più importante credo sia il non esporre gli editori puri alla tentazione di farsi interpreti di interessi privati e particolari, in contrasto con il loro libero pensare e con il credere o meno in specifiche loro idee; e, un po’, anche con quella che dovrebbe essere una corrispondenza obiettiva tra la realtà e cosa se ne riferisce. In Italia, ma è così un po’ dovunque, mancano gli editori puri o sono pochi… quei pochi, poi, spesso non riescono a restare indipendenti dai gruppi maggiori, se non con grandi sforzi e non a lungo. Non c’è giornale che non abbia bisogno d’aiuti economici e non serve dirlo tra queste righe, perché anche i più tenaci nel manifestare la loro indipendenza hanno accettato, in un passato non lontano, i contributi di gruppi industriali con i quali erano e sono persino in contrasto.

Questa è la linea che è stata tracciata da stampa e tv, per il loro stesso essere nell’impossibilità di interagire con i destinatari del prodotto informazione.

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Cosa offre la rete.

 

I quotidiani e le riviste che esistono da più di cent’anni hanno trovato il loro spazio nell’assenza di altri concorrenti; e si sono legati al territorio, a volte creando un feeling con i lettori che ha permesso il loro espandersi su aree sempre maggiori, anche a livello nazionale, per la credibilità e l’autorevolezza che hanno saputo mostrare di avere e per le firme che hanno caratterizzato le loro pagine; per il loro riuscire ad essere presenti nella notizia. Nel dopoguerra, sul vuoto che è tipico dei periodi post bellici, e sulle nuove e più diffuse richieste di informazione e di sapere, hanno trovato un loro spazio altri quotidiani e riviste, alcuni vincendo sul territorio di apparteneza la sfida con altre testate, che è propria della fase di avvio di qualcosa. Così raccontano i giornalisti che hanno vissuto quegli anni, nel ricordarne. Ed è accaduto più volte, e un po’ dappertutto, che ci siano state alternative che spesso hanno fallito nel loro proporsi, senza poter rappresentare quella pluralità che è la base stessa delle condizioni pratiche di una democrazia. Il costo di un prodotto editoriale, cartaceo o televisivo, è difficile da sostenere, nonostante i contributi dello Stato e gli introiti della pubblicità: impianti di stampa, incidenza proibitiva della carta, spese per la distribuzione, compensi alle edicole; impianti di trasmissione, antenne, ponti di ripetizione del segnale, studi televisivi, attrezzature tecniche…

Se chiedessimo a un gruppo di giornalisti, che ha provato a costruire un prodotto editoriale nel prossimo passato, quale tra le cause del mancato affermarsi della loro iniziativa ha inciso di più nella loro decisione di abbandonarla, sicuramente metterebbero al primo posto l’insostenibilità economica della stessa.

La realizzazione di un prodotto editoriale in rete non ha, invece, i costi di una struttura rigida, anche con riferimento ai tecnici e a coloro che sono di supporto all’attività: non occorre una sede che abbia una superficie ampia, ciascuno può collaborare da una postazione qualsiasi e, in particolare, da una qualsiasi parte del mondo; i costi di segreteria e di amministrazione sono decentrati, come avviene anche in altri settori; la copertura delle diverse aree non ha bisogno di spostamenti e delle risorse destinate a quegli spostamenti; i mezzi tecnici occorrenti non richiedono una spesa neanche lontanamente paragonabile a quella che sostengono gli attuali network.

 

Si aprono nuovi spazi di pluralità e di libertà. Nuove strade alla concorrenza, secondo me illimitate anche nel tempo, perché, in quest’ottica, chi saprà arrivare a leggere il futuro, non arriverà mai tardi, se affiderà il motivo dell’esistenza di una voce, tra le varie, a qualcosa che sarà legato a una sua originalità propria. Cambia il senso, da univoco a condiviso. Ed è come rovesciare la superficie di qualcosa, si scopre un’infinità di variabili che prima non avevano la possibilità di trovare espressione in concreto.

Già alcuni esperimenti di aggregazione in rete trovano il loro riscontro e, in prospettiva, anche a guardarci appena dietro, anche i blog, forse, apparterranno a un ricordo, intesi come mezzo di informazione e di scambio di idee; non invece nel senso del desiderio di ciascuno di mettere in relazione il proprio pensare con quello di chi vorrà dialogarne, su quei pensieri.

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A volare sopra il deserto si scopre quanto sia piccolo il mondo, rispetto al web; quanto il dolore o la felicità siano vicini; quanto non abbia senso restare imprigionati in una stortura di diversità che la mancanza di immediatezza ha lasciato che attecchisse nel modo di percepire che ci ha accompagnato finora. Eppure in molti, a proposito di grandi gruppi editoriali, non se ne sono accorti. E se andiamo a visitare le pagine web di un quotidiano importante o di una rivista che abbia un nome legato agli anni della nostra storia, troviamo lo stesso tipo di impostazione intrecciato con gli stessi anni che hanno visto il loro acquisire posizioni in passato, privo della lettura del nuovo, che già ora apre itinerari senza limite di sviluppo da seguire.

Quando la tv – nonostante le opportunità del digitale siano ancora da cogliere [ne ho scritto in altri post] e, per come vanno le cose, forse non verranno mai colte, tanto veloce è il muoversi della diffusione delle nuove tecnologie e della loro accessibilità – viaggerà soltanto in rete; quando i quotidiani non saranno più in edicola, ma solo on-line; e continueranno ad esistere su carta stampata solo i periodici di approfondimento e i libri; allora ci sarà spazio per nuove realtà, anche al di fuori degli assetti editoriali di adesso.

Non accorgersi che tutto ripartirà da posizioni eguali, per chi pensa ancora di poter contare su quanto gli appartiene, darà altri e ampi margini ai nuovi interpreti del rovesciamento di prospettive che deriva dalla molteplicità delle linee che scorreranno, intersecandosi, i sensi e le vie attraverso le quali l’informazione interagirà in uno scambio illimitato, come lo è il numero di link sul web.

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Abolire il canone senza penalizzare la RAI…

26 06 2008

Il sistema di trasmissione in digitale rispetto a quello in analogico offre, sostanzialmente, due possibilità: la diffusione di programmi gratuiti e quella a pagamento.

Non richiede l’utilizzo di parabole per la ricezione, con la conseguenza di non riempire i balconi delle nostre città di quel tipo di antenne.
Offre da sei a otto canali disponibili per ciascuna frequenza analogica. Così si potranno passare sul digitale le attuali frequenze di chi possiede le reti che, al momento, trasmettono i loro programmi col sistema tradizionale – essendo state, queste, regolarmente acquistate a suo tempo.
E si potranno assegnare altre frequenze, così come avviene per le telecomunicazioni e quindi a pagamento, a chi intenda creare nuovi network o anche una sola rete, per aumentare la pluralità dell’offerta.
Ne ho già scritto in altri post.
Non ci sarebbe più il falso problema di Rete 4 e si potrebbe dare il via libera a Europa 7. Tra l’altro, entro il 2012, il sistema di trasmissione in analogico dovrà cessare comunque, così come stabilito. Non avrebbe senso, dunque, continuare a portare avanti un problema già risolvibile in questo modo.
La RAI non avrà più motivo di esigere in maniera obbligatoria il canone, perché sarà possibile sostituirlo con il pagamento di una card, così come avviene già per alcuni tipi di trasmissione in digitale. A vederne i programmi saranno tutti coloro che lo vorranno. Libertà, senza imposizioni.
Finirà il problema della spartizione delle poltrone in consiglio di amministrazione, quello della nomina dei direttori di telegiornale o della scelta dei conduttori dei programmi di informazione: la RAI finalmente sul mercato, come una qualsiasi TV privata, pur potendo rimanere pubblica.
Perché il costo del canone, da alcuni eluso perché vissuto come un’imposizione, è invece in linea con i costi delle trasmissioni a pagamento, rispetto agli attuali parametri di riferimento; inoltre, si potrà prevedere la vendita a pacchetti, con diverse soluzioni, come quando si offre un bouquet di programmi, lasciando ai telespettatori più opzioni di scelta.
E ancora, si potrà tenere uno o più canali a trasmissione gratuita con una presenza pubblicitaria libera, come avviene per le tv private. Un modo semplice e razionale per abolire definitivamente il canone RAI.
La data del 2012 si può anticipare.
La libertà di scegliere senza l’imposizione di un canone non ha più motivo di attendere adesso che è disponibile questa nuova tecnologia.
Si può operare prevedendo contributi per l’acquisto dei decoder o dei nuovi apparecchi televisivi con decoder già integrato. Si potrebbe anche offrire il decoder in omaggio a chi acquistasse un pacchetto RAI pluriennale o multicanale.
Si può arrivare a essere pronti per il 2010.
Da qui parte questa iniziativa di libertà.





Applicazioni della tecnologia per la libertà.. futuro e digitale terrestre..

26 06 2008

Riassumo i punti sulle applicazioni che possono scaturire dalla novità rappresentata dal sistema di trasmissione in digitale terrestre per rendere libera la scelta delle persone su cosa vedere o non, senza obblighi, senza canoni, senza imposizioni.
  • Chiusura o switch off anticipata del sistema di trasmissioni in analogico, che impone un canone per la TV pubblica da pagare a prescindere che ne si vedano i programmi o meno, con multe e sovrattasse per chi non paga; adozione del sistema di trasmissione in digitale terrestre come unico sitema.
  • TV pubblica, come le altre,  in digitale vuol dire possibilità di acquistare  una card prepagata per vederne i programmi da parte di coloro che intendano “liberamente” farlo.
  • Sì alle trasmissioni gratuite in digitale terrestre per le emittenti che intendano sostenere i costi di produzione dei programmi e della loro trasmissione con i ricavati degli introiti pubblicitari, RAI compresa [per alcuni canali o programmi, secondo le scelte aziendali].
  • No a tetti di raccolta della pubblicità che limitano la libertà di chi ha il diritto di scegliere dove e come investire per veicolare i messaggi di promozione dei suoi prodotti. Saranno sempre e soltanto i teleutenti a scegliere cosa vedere o non, così sarà interesse di chi possiede un canale televisivo di non ingolfare troppo di spot i suoi programmi.
  • Sì alla possibilità, come peraltro già adesso avviene, di acquistare “liberamente” singoli programmi o trasmissioni di eventi o film con una card prepagata da parte dei teleutenti.

La libertà ha adesso una nuova forma per esprimersi.

No al Canone come imposizione.

No alle limitazioni di chi investe nella televisione.

Spazio per chi volesse creare un canale televisivo senza cullarsi su decisioni di tribunali ma impegnando risorse e creatività.

L’assegnazione delle frequenze va definita come per le compagnie di telecomunicazione, cioè a pagamento.

Ricordo, come è già noto, che il sistema di trasmissione in digitale moltiplica il numero delle frequenze disponibili fino a sette/otto volte per canale in analogico.

Questa è pluralità e libertà.

Così si può liberare dalle secche in cui si trova l’informazione e la possibilità di scegliere e decidere.





Digitale terrestre, libertà di scelta, nuove opportunità…

26 06 2008

Il futuro è aperto al nuovo che avanza, a prescindere da quel che ci trattiene dal comprenderne gli sviluppi, quando accade di restare legati a considerazioni che sarebbero valide solo in assenza delle prospettive che il futuro stesso si offre di concedere a quel che la nostra mente è in grado di pensare su cosa sarà.

Ci sono, a volte inconsapevolmente, falsi difensori delle libertà di ciascuno.

E’ il caso di coloro che sostengono che Rete 4 debba cessare le sue trasmissioni in analogico e cedere le sue frequenze a Europa 7, anche in base a una sentenza della Corte di giustizia europea.

Tutte le volte, la storia ha saputo insegnare che è il nuovo a raccontare la storia stessa. E’ un falso problema, questo. Non so fino a che punto, chi ne parla, anche in modo appassionato, come il ministro Antonio Di Pietro o il blogger Beppe Grillo, ne sia convinto. La realtà supera le vuote parole, a volte. Anche in questo caso. La realtà è che il sistema di trasmissione in digitale, senza parabole satellitari, è in grado di moltiplicare la disponibilità di frequenze per la trasmissione di canali televisivi, da cinque o sette fino a dieci per ciascuna delle frequenze in analogico. Non esiste, se non nelle parole, il problema di Europa 7 e di Rete 4. Esiste una nuova realtà. Esiste la possibilità di accelerare il passaggio a un sistema di trasmissione televisiva completamente in digitale. Ed esistono, semmai, notevoli ritardi, in questa prospettiva. Con lo switch-off del sistema di trasmissione in analogico si aprirebbero nuovi assetti e nuovi scenari. Se la libertà è il valore fondamentale della vita di ciascun essere umano, il sistema di trasmissione in digitale apre nuove prospettive di libertà. Qualcuno, ultimamente, ha anche parlato della pretesa della RAI di ottenere il pagamento del canone annuo anche da coloro che posseggono un computer dotato di scheda di ricezione dei programmi tv, definendola assurda e legata a una vecchia disposizione di legge. Anche questo è un falso problema. Perché, nella prospettiva di una copertura totale del territorio con il sistema di trasmissione in digitale, anche il canone RAI sarebbe qualcosa che apparterrebbe al passato. Non ci sarebbero evasori, non ci sarebbero obblighi. Se la libertà dell’individuo e il bene della collettività sono il cardine di una democrazia compiuta, l’utilizzo del digitale terrestre come unico sistema in sostituzione della trasmissione in analogico darebbe a questa libertà di ciascuno il modo di esprimersi senza vincoli e senza costrizioni. Perché i segnali RAI anziché essere soggetti all’imposizione del pagamento di un canone, potrebbero essere distribuiti solo tramite utilizzo di una card a pagamento per la ricezione, esattamente come accade già adesso per alcuni canali tematici delle reti MEDIASET o per alcuni avvenimenti o per la visione di un film. Dalla libertà e dalla libera concorrenza ne trarrebbe vantaggio l’individuo, inteso come persona che sceglie cosa vedere e non come soggetto a cui imporre il pagamento di qualcosa, per cui anche la qualità dei programmi sarebbe migliore. Non ci sarebbe altro da fare che produrre qualcosa di interessante e chiedere in cambio che la si paghi per vederla. Rimarrebbero i canali gratuiti, sostenuti dai ricavi della pubblicità. Non ci sarebbero inutili discussioni sul futuro di RETE 4 e sui torti subiti da EUROPA 7. Ricordo, da studente, lo sciopero di tutti i quotidiani d’Italia, contro l’uscita di un altro quotidiano, IL GLOBO, che aveva il “torto” di essere stampato con la nuova tecnologia del laser, adesso usata da tutti, anche per stampare il giornale della parrocchia. Un giorno da oscurantisti. Per un giorno, contro la nuova tecnologia, tutti i quotidiani d’Italia non furono in edicola. Solo che allora era il nuovo, e metteva paura a chi non sapeva immaginare un mondo diverso da quello in cui era abituato a vivere fino ad allora. Anche sul colore per la stampa dei quotidiani, all’inizio e a metà degli anni ottanta, ci sono state prese di posizione ancorate al vecchio, e quotidiani come Repubblica e La Stampa scrivevano che mai sarebbero stati in edicola a colori.

La storia racconta, a volte in anticipo.

La disponibilità del digitale terrestre è il futuro.

La mente di ciascuno può vederlo adesso, in anticipo. Oppure chiudersi e chiudere alle nuove prospettive. Ma, presto o tardi, sarà così. Perché il futuro arriva, comunque. Anche quando proviamo a mettere illusori ostacoli perché ciò avvenga.