Informazione & futuro… nuove prospettive di libertà… [1]

30 12 2008

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Mi sono occupato altre volte delle nuove prospettive che la rete apre alla diffusione delle notizie e delle opinioni. E’ un tema che appartiene a cosa sarà nel prossimo futuro, inevitabilmente; c’è chi ha già compreso in che direzione ci stiamo muovendo, c’è chi continua a nasconderlo, innanzitutto a se stesso; c’è chi prova a resistere nelle posizioni in cui si trova, di privilegio forse, e non ha abbastanza risorse mentali per aprirsi al domani, interpretando i mutamenti nel senso che potrebbe consentirgli di rimanere credibile… cercando, piuttosto, di rimandare il più possibile gli effetti che verranno fuori dalle conseguenze dell’affermarsi della rete sul web.

Anche nel futuro avrà più valore non già il numero, ma la qualità dei numeri; e, in questo, conterà in misura decisiva, anche in proiezione della stessa esistenza di una editoria sul web.

Perché non avrà peso la quantità dei flussi, ma la permanenza di lettura e di visione dei contenuti proposti. Oggi è ancora un tempo per immaginare, e per la riflessione. Nell’immediato, poi, sarà invece un tempo per nuovi assetti ed equilibri… crolleranno alcune delle certezze alle quali continuano ad accostarsi taluni, troveranno espressione forme di comunicazione che non è difficile immaginare sin da adesso. Basta saper guardarsi attorno e, soprattutto, saper guardare altrove che dinanzi a sé. 

 

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Se vediamo cosa accade ai grandi gruppi editoriali – carta stampata e multimedia – una cosa appare nella sua evidenza: il persistere di una concezione del rapporto tra chi fa informazione e chi ne fruisce, ancorata al vecchio concetto di distinzione tra chi dà la notizia, o offre il suo commento, e coloro che ne sono i destinatari. Sulla rete, da questo punto di osservazione, succede ancora che i grandi gruppi editoriali si muovano su questa vecchia linea, pur provando a mimetizzarla con la possibilità di commentare, di scrivere una mail, di segnalare l’articolo o il video o il link a cui si fa riferimento. Manca, in realtà, l’essenza del nuovo offerto dalla comunicazione in rete: l’interazione, l’analisi condivisa; e il dialogo, lo scambio di visuale che dovrebbe conseguirne. Il sito web di un quotidiano o di un periodico persiste nell’impostazione di sempre, che è tipica della carta stampata; così nel caso delle televisioni, con la loro staticità d’origine, legata alla natura stessa del mezzo, che impedisce qualsiasi forma di partecipazione.

Si parla di linea editoriale riferendosi a cosa è accaduto e continua ad accadere nel percorso da un senso all’altro che ha caratterizzato, da sempre, il modo di informare; e questo avviene anche in rete, nella concezione, che è poi la loro visione delle cose, dei grandi gruppi editoriali: senza che ci siano quei mutamenti obbligati che la diversa tipologia del mezzo presuppone come essenziali.

Personalmente non condivido l’idea di chi si oppone a un finanziamento pubblico all’editoria e ne ho scritto altre volte i motivi; quello più importante credo sia il non esporre gli editori puri alla tentazione di farsi interpreti di interessi privati e particolari, in contrasto con il loro libero pensare e con il credere o meno in specifiche loro idee; e, un po’, anche con quella che dovrebbe essere una corrispondenza obiettiva tra la realtà e cosa se ne riferisce. In Italia, ma è così un po’ dovunque, mancano gli editori puri o sono pochi… quei pochi, poi, spesso non riescono a restare indipendenti dai gruppi maggiori, se non con grandi sforzi e non a lungo. Non c’è giornale che non abbia bisogno d’aiuti economici e non serve dirlo tra queste righe, perché anche i più tenaci nel manifestare la loro indipendenza hanno accettato, in un passato non lontano, i contributi di gruppi industriali con i quali erano e sono persino in contrasto.

Questa è la linea che è stata tracciata da stampa e tv, per il loro stesso essere nell’impossibilità di interagire con i destinatari del prodotto informazione.

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Cosa offre la rete.

 

I quotidiani e le riviste che esistono da più di cent’anni hanno trovato il loro spazio nell’assenza di altri concorrenti; e si sono legati al territorio, a volte creando un feeling con i lettori che ha permesso il loro espandersi su aree sempre maggiori, anche a livello nazionale, per la credibilità e l’autorevolezza che hanno saputo mostrare di avere e per le firme che hanno caratterizzato le loro pagine; per il loro riuscire ad essere presenti nella notizia. Nel dopoguerra, sul vuoto che è tipico dei periodi post bellici, e sulle nuove e più diffuse richieste di informazione e di sapere, hanno trovato un loro spazio altri quotidiani e riviste, alcuni vincendo sul territorio di apparteneza la sfida con altre testate, che è propria della fase di avvio di qualcosa. Così raccontano i giornalisti che hanno vissuto quegli anni, nel ricordarne. Ed è accaduto più volte, e un po’ dappertutto, che ci siano state alternative che spesso hanno fallito nel loro proporsi, senza poter rappresentare quella pluralità che è la base stessa delle condizioni pratiche di una democrazia. Il costo di un prodotto editoriale, cartaceo o televisivo, è difficile da sostenere, nonostante i contributi dello Stato e gli introiti della pubblicità: impianti di stampa, incidenza proibitiva della carta, spese per la distribuzione, compensi alle edicole; impianti di trasmissione, antenne, ponti di ripetizione del segnale, studi televisivi, attrezzature tecniche…

Se chiedessimo a un gruppo di giornalisti, che ha provato a costruire un prodotto editoriale nel prossimo passato, quale tra le cause del mancato affermarsi della loro iniziativa ha inciso di più nella loro decisione di abbandonarla, sicuramente metterebbero al primo posto l’insostenibilità economica della stessa.

La realizzazione di un prodotto editoriale in rete non ha, invece, i costi di una struttura rigida, anche con riferimento ai tecnici e a coloro che sono di supporto all’attività: non occorre una sede che abbia una superficie ampia, ciascuno può collaborare da una postazione qualsiasi e, in particolare, da una qualsiasi parte del mondo; i costi di segreteria e di amministrazione sono decentrati, come avviene anche in altri settori; la copertura delle diverse aree non ha bisogno di spostamenti e delle risorse destinate a quegli spostamenti; i mezzi tecnici occorrenti non richiedono una spesa neanche lontanamente paragonabile a quella che sostengono gli attuali network.

 

Si aprono nuovi spazi di pluralità e di libertà. Nuove strade alla concorrenza, secondo me illimitate anche nel tempo, perché, in quest’ottica, chi saprà arrivare a leggere il futuro, non arriverà mai tardi, se affiderà il motivo dell’esistenza di una voce, tra le varie, a qualcosa che sarà legato a una sua originalità propria. Cambia il senso, da univoco a condiviso. Ed è come rovesciare la superficie di qualcosa, si scopre un’infinità di variabili che prima non avevano la possibilità di trovare espressione in concreto.

Già alcuni esperimenti di aggregazione in rete trovano il loro riscontro e, in prospettiva, anche a guardarci appena dietro, anche i blog, forse, apparterranno a un ricordo, intesi come mezzo di informazione e di scambio di idee; non invece nel senso del desiderio di ciascuno di mettere in relazione il proprio pensare con quello di chi vorrà dialogarne, su quei pensieri.

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A volare sopra il deserto si scopre quanto sia piccolo il mondo, rispetto al web; quanto il dolore o la felicità siano vicini; quanto non abbia senso restare imprigionati in una stortura di diversità che la mancanza di immediatezza ha lasciato che attecchisse nel modo di percepire che ci ha accompagnato finora. Eppure in molti, a proposito di grandi gruppi editoriali, non se ne sono accorti. E se andiamo a visitare le pagine web di un quotidiano importante o di una rivista che abbia un nome legato agli anni della nostra storia, troviamo lo stesso tipo di impostazione intrecciato con gli stessi anni che hanno visto il loro acquisire posizioni in passato, privo della lettura del nuovo, che già ora apre itinerari senza limite di sviluppo da seguire.

Quando la tv – nonostante le opportunità del digitale siano ancora da cogliere [ne ho scritto in altri post] e, per come vanno le cose, forse non verranno mai colte, tanto veloce è il muoversi della diffusione delle nuove tecnologie e della loro accessibilità – viaggerà soltanto in rete; quando i quotidiani non saranno più in edicola, ma solo on-line; e continueranno ad esistere su carta stampata solo i periodici di approfondimento e i libri; allora ci sarà spazio per nuove realtà, anche al di fuori degli assetti editoriali di adesso.

Non accorgersi che tutto ripartirà da posizioni eguali, per chi pensa ancora di poter contare su quanto gli appartiene, darà altri e ampi margini ai nuovi interpreti del rovesciamento di prospettive che deriva dalla molteplicità delle linee che scorreranno, intersecandosi, i sensi e le vie attraverso le quali l’informazione interagirà in uno scambio illimitato, come lo è il numero di link sul web.

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Politica & Rete [3] Il blog di Antonio Di Pietro

19 12 2008

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I lettori di questo blog sanno del mio non condividere il pensiero e il modo di fare politica di Antonio Di Pietro. Come non condivido il pensiero di tutti coloro che fanno, del modo acritico in cui chi li ascolta o li legge lo recepisce, il loro successo: Gian Antonio Stella, Beppe Grillo, Marco Travaglio, Sabina Guzzanti, Michele Serra, Paolo Rossi ed altri. Spesso il loro dire o scrivere serve a spostare l’attenzione dai problemi reali, quasi ad essere, non si sa se per convinzione o paradosso, supporto a chi ha interesse a nascondere un modo di operare per portare avanti i propri tornaconti, in finanza come in politica [intrallazzi e truffe bancarie, arricchimento illecito, finanziamenti pubblici spariti nel nulla o spostati impunemente dal fine per il quale erano stati erogati]. La Casta, invero, non esiste; ma fa guadagnare denaro [vendita di libri, riviste, giornali, dvd, pubblicità] e consensi [voti alle elezioni, applausi in piazza, lettori e ascoltatori]. Ho scritto in qualcuno dei miei post precedenti che “l’opinione pubblica viene troppo spesso citata e presa in considerazione, perché si può orientare e indirizzare, le si può far vedere o credere una cosa piuttosto che un’altra… e che, invece, l’opinione propria di ciascuno, sintesi dell’intelligenza della diversità delle fonti e del modo di raccontare, critica del proprio pensiero sulla possibilità di conoscenza del fatto che genera la notizia, non è facile da manipolare. Un percorso di libertà cerca di porre le basi perché non accada che la persona sia considerata numero, né che l’individuo sia considerato elettore”.
Nell’analisi che provo a fare riguardo all’utilizzo della rete web in politica, in questa che è la terza puntata, riprendo quanto già scritto nelle precedenti in relazione all’intuizione vincente di Antonio Di Pietro, che gli ha consentito di accrescere i consensi e tradurli in voti.
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Ricordo una sua risposta, nella mia casella di posta elettronica personale, a una mia mail indirizzatagli nel periodo in cui era ministro del governo Prodi, a proposito della sua finta battaglia contro l’indulto. Nel suo rispondermi era già evidente l’importanza che sin da allora ha dato al rapporto e al dialogo con le persone e con i lettori, proprio per quella sua intuizione sul tradursi in voti che può scaturire da questo suo dedicarsi in prima persona alla ricerca di un contatto on-line, che ha saputo dimostrare non essere mai virtuale. Scrive come parla, più che nel suo blog. Avevo provato, riuscendoci, a metterlo in difficoltà sul suo soltanto apparente contrasto a proposito dell’indulto, ma mi ha risposto, pur se eludendo i contenuti dei miei appunti: ha trovato il tempo di farlo, da ministro a cittadino. Vale qui lo stesso genere di considerazioni fatte nella prima parte di questo mio sguardo al rapporto tra politica e internet. Scrivevo che “quando ci si muove in un ambito più vasto, legato all’appartenenza a una forza politica di maggior peso elettorale, questo tipo di esperienza deve tener conto delle esigenze più ampie di quel partito. E, quindi, o ci si muove per ampliare il consenso personale o si finisce con il confluire con le posizioni espresse dal movimento politico cui si fa riferimento”. Non così nel caso di una piccola forza politica come l’Italia dei Valori, che si identifica col suo fondatore. Di Pietro, rispetto ad altri, lo ha capito e, soprattutto, lo ha capito in anticipo; molti, più di quanti ne possano venire in mente mentre leggiamo, non ancora, nonostante tutto. Così per la sinistra, ad esempio, nei suoi rappresentanti comunisti di rifondazione e dell’altro partito, nato – ed è anche questo un errore di miopia – da una scissione da quelli. In fondo, uno come Di Pietro è stato anche un po’ costretto a provarci, per il tipo di informazione nel nostro Paese, per gli spazi ridotti in televisione e tra le pagine dei giornali. Cavalcare l’esperienza di Beppe Grillo, per proprio conto o, qualche volta, in sinergia, è stata una linea vincente che, sulla scia, gli ha poi aperto gli spazi che non aveva prima, anche in tv e sui giornali. Non basta, come è ovvio, anche se molti non lo sanno ancora per un loro limite mentale, aprire un blog per essere blogger o perché lo stesso blog acquisisca lettori attraverso i quali veicolare idee e ottenere consensi, non necessariamente a fini elettorali. E’ importante il dialogo con i lettori e la coerenza tra i contenuti dei vari post che si scrivono. Nel caso di Antonio Di Pietro, è stata la chiave del successo, che ne ha determinato anche la crescita in voti e in peso politico: non conta l’idea in se stessa, ma la determinazione con la quale viene portata avanti senza sbavature mentali. Furbo? Direi di sì. Mentre scrivo, l’home page del suo blog ha in testa l’iniziativa della raccolta di firme contro il lodo Alfano… “Contro” è una parola che paga. “Contro” sono sempre le sue iniziative, anche quando è un modo ipocrita di condurle, come quando continuò a tenersi stretta la poltrona di ministro, spiegando che gli serviva per controllare il sistema delle infrastrutture nel nostro Paese, restando in un governo che aveva definito con aggettivi della peggior specie a proposito della farsa dell’indulto, e ottenendo più risultati: condividere quella scelta sbagliata [politicamente e per la sicurezza]; ottenere plausi, consensi e adesioni per il suo apparente contrastarla; restare al suo posto per “vigilare” senza sapere su cosa, se tutte le sue manifestazioni, anche su altre materie di contesa, contro lo stesso governo al cui sostegno contribuiva con il far parte di quella risicata maggioranza, non bastavano a causarne l’uscita o, almeno, le sue dimissioni da ministro. Ma, dal punto di vista del rapporto tra politica e rete, Di Pietro è stato da sempre bravissimo, letteralmente “aspirando” i consensi e i voti: lo avevo scritto in precedenza; poi è arrivato il sondaggio di Repubblica, che lo dava in fortissima ascesa; poi sono venuti i voti in Abruzzo. Lui continua su questa strada, che ha avuto il merito di saper aprirsi da solo nel momento giusto e cioè da quando ha iniziato; oggi è più difficile – gli spazi cominciano ad essere occupati – ma non impossibile a chi sappia usare coerenza di pensiero.
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Ci sono democrazie che ci hanno preceduto, in questo. A volerci pensare, è un’altra anomalia che l’opposizione contrasti un governo [sostenuto da una maggioranza che ha ricevuto un mandato elettorale così ampio, come quella attuale], già dai primi mesi del dopo elezioni, anziché prepararsi e strutturarsi per ricomporre le idee e le fila, evitando un precipitare sempre più chiaramente evidente in una debacle anche successiva al tonfo elettorale.
La rete sarà prioritaria, rispetto a tutti gli altri mezzi di informazione, nel prossimo futuro e, comunque, già determinante alle prossime elezioni del 2013. Continuare a non capirlo, sarà la fine di molti propositi di chi continua a vedere senza contorni al di là del proprio naso.





Politica & Rete [2] Il blog di Gianfranco Micciché

19 12 2008

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L’ex Presidente dell’Ars, oggi Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega al CIPE, Gianfranco Micciché, è tra coloro che hanno intuito – anche in Italia – l’importanza di mantenere un contatto in rete con chi intenda confrontarsi, in un rapporto aperto al dialogo, con le sue idee. Non so quando abbia iniziato, ma, dal suo blog, i post partono dal giugno dello scorso anno. Linguaggio sempre chiaro e diretto, supporto video con suoi interventi sicuramente interessanti nei contenuti, schiettezza e piglio da leader, con la concretezza che appartiene al modo semplice e immediato con cui si rivolge a chi lo legge o ascolta. Idee precise, visione del futuro, convinzione nella solidità del suo pensiero, mai vago o privo di riferimenti alla realtà di cosa accade. Mi sono ritrovato per caso tra i suoi lettori, numerosi nel periodo del dopo-Cuffaro. Adesso è da parecchi mesi che la conduzione diretta del suo blog è cessata, da quando è venuta meno la sua candidatura al ruolo di Governatore della Sicilia. Sono rimasti tra le sue pagine soltanto coloro che hanno fatto parte del nucleo di blogger che hanno condiviso sin dai primi momenti la sua iniziativa, anche se, a vederne i singoli blog, soltanto in tre sono blogger, mentre gli altri sono figure dello stesso tipo, rispettabilissimo, che si incontra nelle segreterie dei partiti: persone che si avvicinano alla politica, identificandosi in un leader e condividendone le idee, non blogger per proprio conto che si ritrovano nel pensiero di un leader. Si sono persi i lettori. Non ci sono più i post del Presidente Micciché, si discute su argomenti di interesse comune a chi posta i commenti, che spesso non coincidono con quanto pubblicato nella rubrica di è-news, creata come spunto di dialogo in assenza degli interventi diretti dell’autore del blog stesso. Cosa è accaduto? Forse un po’ di quel che è stato per la Brambilla e i suoi circoli, con le differenze che ci sono e che sono nella sostanza del tipo di impostazione del dialogo tra i due leader e coloro che ne hanno seguito almeno una parte del percorso. Il piglio col quale Micciché ha condotto il suo blog aperto è cresciuto notevolmente nel periodo che ha preceduto e seguito la fine del mandato di Totò Cuffaro e poi si è spento, subito dopo che la scelta per la candidatura alla Presidenza del governo regionale è caduta su Raffaele Lombardo. Sono stati commessi errori, si è perso il filo del discorso, si è perso il rapporto con i lettori. Quando, invece, in un blog il rapporto che conta, come negli altri mezzi di comunicazione, è proprio quello con i lettori. Così avviene per il blog di Antonio Di Pietro, così per quello di Grillo. Sono blog di persone delle quali non condivido le idee; ma sono blog in cui il rapporto non è impostato su altri blogger, ma su una linea di pensiero che dialoga e si confronta con i lettori.

Nel primo post che troviamo, scorrendo a ritroso le pagine del blog di Gianfranco Micciché, leggiamo: “Ho la netta sensazione che i lettori di questo blog abbiano provato prima un senso di forte incredulità (”il presidente dell’ARS risponde sul suo blog?”) seguito subito dopo da profonda diffidenza (”Non può essere lui, chissà chi gliele scrive le risposte”). Se ciò corrisponde al vero, ammetto di essere contento. Non perché quello fosse il mio scopo iniziando questa avventura che mi vede coinvolto emotivamente prima che politicamente, ma perché riconosco come quella reazione possa rappresentare un buon inizio. Mi dicono che la prassi, in quei casi, pochi in Italia per la verità, in cui un politico comincia a scrivere un blog, sia quella di abbandonarlo subito dopo aver raggiunto lo scopo o quando la campagna elettorale è chiusa. Non è questo il mio caso: non ho iniziato in campagna elettorale e non ho alcuno scopo immediato, se non quello di sperimentare un nuovo mezzo di comunicazione che può avvicinare il cittadino alle istituzioni e le istituzioni al cittadino. Abbiamo scommesso su un evento, il 60° anniversario dell’ARS, per inaugurare uno spazio virtuale di dibattito, aperto e franco, che contiamo di mantenere in vita e rafforzare nei prossimi giorni e mesi. Io continuerò a scrivere su questo blog di politica e non solo: conto di parlare anche di me, delle mie passioni e dei miei interessi, del mio quotidiano. E risponderò a quanti vorranno essere parte di questo dialogo. Presto a questo spazio si affiancheranno altri strumenti di interazione tra voi e me, avendo come scopo principale quello di informare, ma puntando anche a qualcosa di più: riportare la politica al suo significato originale di discussione e dibattito che precede le scelte e le guida. Con il vostro contributo, Gianfranco Miccichè.”
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Questo testo è l’inizio di una linea vincente di diffusione del blog che aveva portato il blog stesso alla ribalta dei media e della rete. Poi sono iniziate le contraddizioni, i ripensamenti, i dubbi di una persona intelligente, che però aveva commesso l’errore di spingersi troppo oltre con le parole. L’invito ai lettori-blogger di candidarsi, l’aver affermato di volere creare una lista propria alle regionali, poi alle amministrative, non dando un seguito alle intenzioni senza spiegarne a chiare lettere il perché, ha coinvolto, in mezzo a coloro che avevano il sano entusiasmo di chi condivide un progetto politico – tuttora ben delineato nella mente di Micciché e che, nella sostanza, non ha mai subito tentennamenti ma semmai costrizioni dovute a fattori contingenti legati al momento politico attuale -, persone di scarso spessore che avevano creduto, o forse ancora credono, di potersi ritagliare una spazio all’interno di una lista che non si è potuta fare perché si è rivelata non vera, nella concretezza dei curricula che erano stati inviati per le adesioni, la frase scritta da Micciché nel suo blog, in cui sosteneva che molti tra loro avrebbero potuto essere migliori di tanti altri politici di professione, talvolta mediocri. Ma ad allontanare i lettori non è stato questo, non essenzialmente. Il lettore non è una persona che ha un interesse specifico da portare avanti, non è un candidato, ma è un elettore perché, in quanto cittadino, partecipa al voto. Il non aver svolto questa semplice considerazione è stato l’errore fondamentale. Se andiamo a rileggere i post di quei giorni, è un continuo porsi in contraddizione con quanto scritto il giorno prima e il giorno prima ancora e poi ancora; e con quel che si è scritto o, meglio, non scritto dopo:

 

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La lista blog non avrebbe dovuto essere proposta. Io ho partecipato alla riunione a porte chiuse del 3 marzo in via Mariano Stabile, a Palermo, tra Micciché e i suoi blogger. Ci sono andato da lettore, dopo aver mandato il mio curriculum. C’erano soltanto due veri blogger, perché uno dei tre era assente per impegni di lavoro. Gli altri erano o aspiranti politici o appartenenti a segreterie politiche o semplicemente persone coinvolte dalle parole di quei giorni, un po’ come nel mio caso. Si è capito da subito che mancavano i presupposti per mettere in piedi una lista, ma dissi, in quella riunione, nonostante fossi boicottato da volti che ho poi ritrovato nei filmati stessi del blog di Micciché, che non farla avrebbe interrotto la fiducia tra i lettori e Micciché, visto che era stata presentata con così tanta passione e determinazione… il motivo per cui si è capito che non si poteva fare è stato lo stesso fatto che mancavano le persone che potessero essere indicate in quella lista: o perché arriviste, o perché aspiranti a qualcosa che non apparteneva alla loro possibilità di esprimere una posizione di pensiero, o perché inadatte a rappresentare un ruolo. Bastava dirlo, scrivendolo da subito sul blog, con la stessa schiettezza che era stata uno dei motivi del suo successo e continuare senza interruzioni il dialogo con i lettori-elettori. E, invece, si è taciuto e si è mantenuta la presenza nei commenti degli pseudo blogger e di quei pochi blogger veri, che non sono altro che un numero ristretto di persone, come adesso anche me che da quella esperienza ho aperto questo blog, che continuano a credere nel pensiero di una persona che non hanno smesso di considerare un leader. Soltanto che alcuni tra loro fanno parte di chi spera in un ruolo. Mentre io, in quella riunione, parlavo di spersonalizzazione dei ruoli e di un progetto. Come nell’idea proposta dal Presidente di una politica 2.0, priva, per il suo stesso voler essere alternativa, dei limiti di conduzione legati al vecchio modo di intendere la politica e il rapporto tra rappresentante ed elettore. Al quale, nei fatti e nel loro porsi, continuano a fare riferimento molti tra coloro, che, a parole, sostenevano, già nel corso della riunione voluta da Micciché, di aderire al 2.0.

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Quando ho provato a discuterne nel blog di Micciché, ancora adesso, a distanza di mesi, sono stato attaccato per il mio stesso ricordare ad alcuni, e ad alcune, il loro essere lì ad aspettare chissà cosa. E il mio aver scritto che molti non hanno capito niente di quel 3 marzo, viene ancor oggi considerato un insulto. Invece è che, da allora, mancano dal blog i lettori-elettori. E sono rimasti i blogger senza un vero blog, forse perché non saprebbero cosa scriverci, e alcuni blogger veri, con le idee e gli attributi mentali per portarle avanti, come Beppe Vicari e Michele Pivetti [avvocato, che presiede, comunque, un "Circolo del buon governo" a Palermo e, quindi, è già in politica]… e Walter Giannò. Mentre altri, come Antonio Di Pietro, hanno visto crescere il loro peso politico dalla coerenza con i lettori, un leader autentico con il carisma di Gianfranco Micciché sembra averlo perduto nel non aver saputo privilegiare l’importanza della sua immagine davanti ai lettori, mancando della cosa fondamentale che fa parte del filo che si crea con gli stessi, la coerenza e l’immediatezza di linguaggio che avevano decretato, per le stesse considerazioni e ragioni, il successo del suo blog e avrebbero contribuito a determinare le condizioni per il suo successo elettorale, nel caso la scelta del centrodestra fosse ricaduta su di lui. Questo è quel che non si è compreso e che anche chi, come lo stesso Micciché, ha compreso non ha avuto cura che arrivasse ai lettori-elettori: che Micciché la lista non ha potuto farla, perché, nonostante l’entusiamo, mancavano le persone… e che mancassero è provato dal fatto che soltanto per aver espresso il mio pensiero in modo coerente e determinato, quel giorno, in riunione, in molti hanno creduto che appartenessi al gran numero di coloro che erano lì soltanto per sgomitare. Ecco, adesso sono rimasti soltanto quelli. O quasi.

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Politica & Rete [1]

16 12 2008

 

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La diffusione della possibilità di accesso ad internet per un numero sempre crescente di famiglie offre nuove opportunità in tutti i settori della comunicazione e della vita di relazione delle società del nostro tempo. Per richiedere un certificato o una documentazione, per conoscere l’esito dell’invio di un pacco postale, per cercare un lavoro o semplicemente il modello di un auto o un componente di un prodotto, come ad esempio un elettrodomestico o un mobile, adesso si può utilizzare la rete, senza muoversi da casa. Anche per informarsi, ascoltare musica, vedere un film, leggere un libro, realizzare una ricerca di lavoro o di studio. A pensarci, questo comporta un notevole risparmio di energia e risorse. Sia in termini di economia globale che per quanto concerne l’ecosistema del pianeta; e anche per il portafoglio delle famiglie. Dal punto di vista di chi produce beni o servizi, poi, è più facile raggiungere, con costi decisamente minori, un numero di utenti vastissimo se pensiamo al sistema dei link. Un tempo, alcune riviste di pregio vantavano, con riferimento al numero di contatti che era possibile raggiungere tramite la loro lettura, il fatto di restare in bella vista nelle case di coloro che le avevano acquistate, lasciando così che la pubblicità in esse contenuta fosse durevole oltre il periodo di cadenza della loro pubblicazione. Oggi il sistema dei link offre visibilità enormi, riprendendo, per certi aspetti, quel che avveniva prima per la carta stampata nelle differenze tra quotidiani e periodici, riguardo alla durata nel tempo del messaggio da veicolare; e superando, di fatto, anche gli spot televisivi – soltanto in termini di potenzialità per ora, nella prospettiva di quelli che saranno gli sviluppi futuri – perché lo spot non ha in sé il concetto di rimando e, per essere visto su più canali, deve essere commissionato a più emittenti. Invece, se io pubblico un’inserzione pubblicitaria su un portale specifico del settore in cui si può collocare il bene o servizio che intendo reclamizzare, avrò gratis tutti i rinvii che a quel portale partono da siti web diversi; così anche se il mio messaggio è inserito in un sito di informazione o di qualunque altro genere. Non sono costretto, per raggiungere un alto numero di contatti, a pagare la pubblicità del mio prodotto o della mia consulenza su troppi siti web: mi basta individuare quelli che si prestano al tipo di messaggio che intendo trasmettere.

In politica le opportunità sono di diverso tipo, tendenti a migliorare sia la possibilità di espressione del pensiero, che il livello di trasparenza nel rapporto tra cittadino amministrato e politico amministratore. Come sempre accade per tutto quel che riguarda il nuovo, con i cambiamenti che si porta dietro, non tutti, ancora, hanno colto l’importanza di questa svolta nella comunicazione. Anche nel settore dell’editoria ci si muove nella direzione di un graduale ma crescente abbandono del supporto – che sia carta, disco dati o altro – verso la fruizione in rete di quello che, ancor oggi, seppur nella misura ridotta conseguente al crescere del numero di utenti on-line, avviene in modo tradizionale.

L’utilizzo di internet in politica è sicuramente maggiore in democrazie come gli Stati Uniti d’America, a causa della rapidità con cui si è diffusa questo nuovo tipo di realtà. In Italia, qualche dato importante inizia a registrarsi. I lettori di questo blog sanno che non condivido le idee, anche se non tutte, e i metodi di Antonio Di Pietro. In costanza di rapporto con i visitatori giornalieri del suo blog, a prescindere dal fatto che ci fossero o meno le elezioni, Di Pietro ha però ottenuto il risultato più alto in termini di crescita percentuale, con il raddoppiamento non del numero ma, appunto, della sua percentuale di voti. Questo perché, a guardare oltre la semplice scadenza del voto di aprile – del quale tra l’altro non poteva sapere, essendo stata anticipata la fine della legislatura – il filo diretto che è riuscito a creare nel tempo con i suoi lettori lo ha ripagato nel momento in cui si è trattato di tradurre su una scheda elettorale il consenso che aumentava visibilmente nel suo blog.

Cosa che non ha saputo fare, se analizziamo l’esito del voto in una realtà locale come quella di Catania – città dalla quale scrivo – Nello Musumeci che, come il suo giovane candidato alla Presidenza della Regione, Razza, ha utilizzato il suo blog con lo sguardo troppo rivolto alle elezioni, se non dichiaratamente, almeno nella percezione che se ne è avuta; non ci ha nemmeno creduto, tanto da quasi non utilizzarlo nel periodo immediatamente pre-elettorale, accontentandosi di sostituirlo con un mini-sito per sostenere la sua candidatura, come appunto avviene con i supporti di pubblicità elettorale e non come nella natura di un legame che nasce dal dialogo di tutti i giorni, come nel caso di un blog che sia base di partenza per una discussione aperta, in cui si confrontano e si incrociano pensieri diversi o affini, a volte persino lontani tra loro.

Ovviamente sono soltanto due esempi, che non hanno la pretesa di essere esaustivi dell’argomento, ma che riescono a tracciare due modi differenti di approccio all’idea di contatto con gli elettori. In casi come La Brambilla e l’ex Presidente dell’Ars Siciliana, Micciché, quando cioè ci si muove in un ambito più vasto, legato all’appartenenza a una forza politica di maggior peso elettorale, questo tipo di esperienza deve tener conto delle esigenze più ampie di quel partito. E, quindi, o ci si muove per ampliare il consenso personale o si finisce con il confluire con le posizioni espresse dal movimento politico cui si fa riferimento. La Brambilla ha dichiarato che i circoli – come già accaduto in questi giorni alla Tv della Libertà, che ha interrotto le sue trasmissioni – confluiranno in Forza Italia e, successivamente, nel PDL. Micciché, archiviata la fase di una sua possibile candidatura alla carica di Governatore della Sicilia, ha finito con il diradare gli interventi nel suo blog, che aveva saputo alimentarne e accrescere i consensi, trasformandolo, almeno fin’ora, in un blog di news, frequentato da un numero ristretto di fedeli lettori – come si vede chiaramente scorrendone le pagine – che parlano tra loro, a volte di argomenti non in relazione con le stesse notizie riprese nei post pubblicati.

Ci sarà tempo, nel prossimo futuro, per guardare con attenzione al modo in cui i partiti e i politici proveranno a utilizzare questa nuova forma di espressione. Ma sta già cambiando, in quest’ottica, il rapporto tra elettori ed eletti.

 

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Informazione libera.. Ricezione critica e consapevole…

28 06 2008

Un’informazione libera è la base di una democrazia compiuta. Ma anche una lettura critica dell’informazione. Una società è un insieme di individui e ciascuno, nel corso della sua vita, sviluppa un modo di pensare che gli è proprio, con i suoi convincimenti e i suoi ideali. A prescindere dalla libertà di chi scrive o riferisce qualcosa, nel senso della non appartenenza a gruppi di potere o a editori il cui intendimento è teso ad appoggiare quei gruppi di potere o a sostenere interessi economici di parte, quel che viene scritto o detto subisce la naturale modifica che nasce da quel modo di pensare, da quei convincimenti, da quegli ideali. Se la lettura o l’ascolto sanno tenere conto della fonte, se sanno mettere a confronto i resoconti e i commenti diversi, se riescono a recepirli realizzando una conversione in una sintesi propria di ognuno, a prescindere dalla libertà dell’informazione, può esserci una lettura o un ascolto critico dell’informazione stessa. Che ha un valore fondamentale per il verificarsi delle condizioni che determinano una democrazia compiuta. Il nostro Paese presenta un po’ un’anomalia, rispetto alle considerazioni che faccio sopra. La notiamo tutti i giorni, quale che sia l’argomento oggetto della nostra attenzione o del nostro interesse. E’ spesso difficile conoscere l’aspetto e l’essenza di qualcosa, ma non i giudizi, i commenti, il resoconto dei commenti:accade sfogliando le pagine di un quotidiano, di una rivista, o vedendo un telegiornale, o visitando le pagine web di un sito, sulla rete. Se, ad esempio, si vota in Parlamento un emendamento a un articolo di legge, sui giornali, in televisione e purtroppo anche su internet, che pure viene presentato come un mezzo che fornisce maggiori possibilità di ricerca e di approfondimento, troveremo resoconti, commenti, interviste, reazioni, pareri favorevoli o contrari e tutto quel che può scaturire dalla discussione inerente l’emendamento oggetto del dibattito parlamentare, tranne l’emendamento stesso o almeno le informazioni, seppure generiche, su quel che è previsto nei termini. Probabilmente questo può accadere nel nostro Paese perché non c’è la predisposizione a favorire un ascolto e una lettura critica delle notizie, perché non è così presente, in essere, una capacità di sintesi comprensiva individuale nella loro ricezione e nella correlazione col pensiero che si lega ad esse. E’ in atto un forte attacco a coloro che operano nel mondo dell’informazione ed è contestato vivamente il finanziamento pubblico all’editoria. Ma chi conduce questa battaglia per un’informazione libera o, almeno, più libera, dimentica di condurre, con la stessa energia, una battaglia per la diffusione di una ricezione attenta e critica, lucida e consapevole, propria ed autonoma. L’opinione pubblica viene troppo spesso citata e presa in considerazione… l’opinione pubblica si può orientare e indirizzare, le si può far vedere o credere una cosa piuttosto che un’altra… Invece l’opinione propria di ciascuno, sintesi dell’intelligenza della diversità delle fonti e del modo di raccontare, critica del proprio pensiero sulla possibilità di conoscenza del fatto che genera la notizia – nell’esempio di sopra il testo dell’emendamento – non è facile da manipolare. Un percorso di libertà non contesta il finanziamento all’editoria, né l’ordine dei giornalisti, né la spartizione vergognosa delle poltrone e dei direttori di testata nelle televisioni… un percorso di libertà cerca di porre le basi perché non accada che la persona sia considerata numero, che l’individuo sia considerato elettore. L’ordine dei giornalisti può esistere nel senso che chi opera nell’informazione debba avere un organo a cui rispondere del proprio operato, oltre che alla legge. Il finanziamento pubblico alle società editrici “pure”, cioè non di proprietà di soggetti o società che abbiano interessi in altri settori dell’economia, può offrire le condizioni affinché chi investe nell’informazione non abbia ad esporsi al rischio di dover soggiacere a pressioni o, per l’appunto, interessi di forti gruppi economici o di lobbies o di movimenti politici. La televisione pubblica ha subìto da sempre le ingerenze della politica. Ha fatto il bello e il cattivo del nostro tempo, ha agito in regime di monopolio. Poi, la tecnologia, come altre volte è accaduto nella storia, è venuta incontro, con le opportunità che è in grado di offrire, alle istanze di pluralità di vedute e di libertà d’espressione, con la nascita delle tv private che ha interrotto la solitaria egemonia del prodotto offerto dalla tv di stato. Già quella poteva essere l’occasione per l’abolizione del canone obbligatorio, che è ancora oggi l’unico motivo per cui la RAI si permette di avere questo tipo di telegiornali e questo tipo di programmi di informazione. Ma, come oggi, non è accaduto perché la politica ha troppi interessi sulla RAI. E’ arrivata una nuova possibilità adesso, offerta sempre dalla tecnologia, e si chiama digitale terrestre. Questa è l’occasione per liberare la RAI dalle interferenze della politica. Il canone RAI è una tassa iniqua, la RAI entri sul mercato, si confronti con la realtà produttiva, smetta di farsi privilegio della rendita di posizione che le viene offerta dai tributi derivanti dall’imposizione del canone. C’è il digitale, si acceleri la chiusura delle trasmissioni in analogico… la RAI vada, come tutte le altre televisioni, sul digitale, con la possibilità di esser vista a pagamento tramite l’acquisto di una carta prepagata, che abbia valore temporale, di un mese o di un anno non importa, o anche per singoli programmi, come già avviene per altre emittenti private: non è più tempo di spartire poltrone e incarichi, la realtà è il nuovo, il digitale a pagamento abolisce due cose: l’obbligatorietà del canone e la politica dentro la RAI.





Abolire il canone senza penalizzare la RAI…

26 06 2008

Il sistema di trasmissione in digitale rispetto a quello in analogico offre, sostanzialmente, due possibilità: la diffusione di programmi gratuiti e quella a pagamento.

Non richiede l’utilizzo di parabole per la ricezione, con la conseguenza di non riempire i balconi delle nostre città di quel tipo di antenne.
Offre da sei a otto canali disponibili per ciascuna frequenza analogica. Così si potranno passare sul digitale le attuali frequenze di chi possiede le reti che, al momento, trasmettono i loro programmi col sistema tradizionale – essendo state, queste, regolarmente acquistate a suo tempo.
E si potranno assegnare altre frequenze, così come avviene per le telecomunicazioni e quindi a pagamento, a chi intenda creare nuovi network o anche una sola rete, per aumentare la pluralità dell’offerta.
Ne ho già scritto in altri post.
Non ci sarebbe più il falso problema di Rete 4 e si potrebbe dare il via libera a Europa 7. Tra l’altro, entro il 2012, il sistema di trasmissione in analogico dovrà cessare comunque, così come stabilito. Non avrebbe senso, dunque, continuare a portare avanti un problema già risolvibile in questo modo.
La RAI non avrà più motivo di esigere in maniera obbligatoria il canone, perché sarà possibile sostituirlo con il pagamento di una card, così come avviene già per alcuni tipi di trasmissione in digitale. A vederne i programmi saranno tutti coloro che lo vorranno. Libertà, senza imposizioni.
Finirà il problema della spartizione delle poltrone in consiglio di amministrazione, quello della nomina dei direttori di telegiornale o della scelta dei conduttori dei programmi di informazione: la RAI finalmente sul mercato, come una qualsiasi TV privata, pur potendo rimanere pubblica.
Perché il costo del canone, da alcuni eluso perché vissuto come un’imposizione, è invece in linea con i costi delle trasmissioni a pagamento, rispetto agli attuali parametri di riferimento; inoltre, si potrà prevedere la vendita a pacchetti, con diverse soluzioni, come quando si offre un bouquet di programmi, lasciando ai telespettatori più opzioni di scelta.
E ancora, si potrà tenere uno o più canali a trasmissione gratuita con una presenza pubblicitaria libera, come avviene per le tv private. Un modo semplice e razionale per abolire definitivamente il canone RAI.
La data del 2012 si può anticipare.
La libertà di scegliere senza l’imposizione di un canone non ha più motivo di attendere adesso che è disponibile questa nuova tecnologia.
Si può operare prevedendo contributi per l’acquisto dei decoder o dei nuovi apparecchi televisivi con decoder già integrato. Si potrebbe anche offrire il decoder in omaggio a chi acquistasse un pacchetto RAI pluriennale o multicanale.
Si può arrivare a essere pronti per il 2010.
Da qui parte questa iniziativa di libertà.





Applicazioni della tecnologia per la libertà.. futuro e digitale terrestre..

26 06 2008

Riassumo i punti sulle applicazioni che possono scaturire dalla novità rappresentata dal sistema di trasmissione in digitale terrestre per rendere libera la scelta delle persone su cosa vedere o non, senza obblighi, senza canoni, senza imposizioni.
  • Chiusura o switch off anticipata del sistema di trasmissioni in analogico, che impone un canone per la TV pubblica da pagare a prescindere che ne si vedano i programmi o meno, con multe e sovrattasse per chi non paga; adozione del sistema di trasmissione in digitale terrestre come unico sitema.
  • TV pubblica, come le altre,  in digitale vuol dire possibilità di acquistare  una card prepagata per vederne i programmi da parte di coloro che intendano “liberamente” farlo.
  • Sì alle trasmissioni gratuite in digitale terrestre per le emittenti che intendano sostenere i costi di produzione dei programmi e della loro trasmissione con i ricavati degli introiti pubblicitari, RAI compresa [per alcuni canali o programmi, secondo le scelte aziendali].
  • No a tetti di raccolta della pubblicità che limitano la libertà di chi ha il diritto di scegliere dove e come investire per veicolare i messaggi di promozione dei suoi prodotti. Saranno sempre e soltanto i teleutenti a scegliere cosa vedere o non, così sarà interesse di chi possiede un canale televisivo di non ingolfare troppo di spot i suoi programmi.
  • Sì alla possibilità, come peraltro già adesso avviene, di acquistare “liberamente” singoli programmi o trasmissioni di eventi o film con una card prepagata da parte dei teleutenti.

La libertà ha adesso una nuova forma per esprimersi.

No al Canone come imposizione.

No alle limitazioni di chi investe nella televisione.

Spazio per chi volesse creare un canale televisivo senza cullarsi su decisioni di tribunali ma impegnando risorse e creatività.

L’assegnazione delle frequenze va definita come per le compagnie di telecomunicazione, cioè a pagamento.

Ricordo, come è già noto, che il sistema di trasmissione in digitale moltiplica il numero delle frequenze disponibili fino a sette/otto volte per canale in analogico.

Questa è pluralità e libertà.

Così si può liberare dalle secche in cui si trova l’informazione e la possibilità di scegliere e decidere.





Digitale terrestre, libertà di scelta, nuove opportunità…

26 06 2008

Il futuro è aperto al nuovo che avanza, a prescindere da quel che ci trattiene dal comprenderne gli sviluppi, quando accade di restare legati a considerazioni che sarebbero valide solo in assenza delle prospettive che il futuro stesso si offre di concedere a quel che la nostra mente è in grado di pensare su cosa sarà.

Ci sono, a volte inconsapevolmente, falsi difensori delle libertà di ciascuno.

E’ il caso di coloro che sostengono che Rete 4 debba cessare le sue trasmissioni in analogico e cedere le sue frequenze a Europa 7, anche in base a una sentenza della Corte di giustizia europea.

Tutte le volte, la storia ha saputo insegnare che è il nuovo a raccontare la storia stessa. E’ un falso problema, questo. Non so fino a che punto, chi ne parla, anche in modo appassionato, come il ministro Antonio Di Pietro o il blogger Beppe Grillo, ne sia convinto. La realtà supera le vuote parole, a volte. Anche in questo caso. La realtà è che il sistema di trasmissione in digitale, senza parabole satellitari, è in grado di moltiplicare la disponibilità di frequenze per la trasmissione di canali televisivi, da cinque o sette fino a dieci per ciascuna delle frequenze in analogico. Non esiste, se non nelle parole, il problema di Europa 7 e di Rete 4. Esiste una nuova realtà. Esiste la possibilità di accelerare il passaggio a un sistema di trasmissione televisiva completamente in digitale. Ed esistono, semmai, notevoli ritardi, in questa prospettiva. Con lo switch-off del sistema di trasmissione in analogico si aprirebbero nuovi assetti e nuovi scenari. Se la libertà è il valore fondamentale della vita di ciascun essere umano, il sistema di trasmissione in digitale apre nuove prospettive di libertà. Qualcuno, ultimamente, ha anche parlato della pretesa della RAI di ottenere il pagamento del canone annuo anche da coloro che posseggono un computer dotato di scheda di ricezione dei programmi tv, definendola assurda e legata a una vecchia disposizione di legge. Anche questo è un falso problema. Perché, nella prospettiva di una copertura totale del territorio con il sistema di trasmissione in digitale, anche il canone RAI sarebbe qualcosa che apparterrebbe al passato. Non ci sarebbero evasori, non ci sarebbero obblighi. Se la libertà dell’individuo e il bene della collettività sono il cardine di una democrazia compiuta, l’utilizzo del digitale terrestre come unico sistema in sostituzione della trasmissione in analogico darebbe a questa libertà di ciascuno il modo di esprimersi senza vincoli e senza costrizioni. Perché i segnali RAI anziché essere soggetti all’imposizione del pagamento di un canone, potrebbero essere distribuiti solo tramite utilizzo di una card a pagamento per la ricezione, esattamente come accade già adesso per alcuni canali tematici delle reti MEDIASET o per alcuni avvenimenti o per la visione di un film. Dalla libertà e dalla libera concorrenza ne trarrebbe vantaggio l’individuo, inteso come persona che sceglie cosa vedere e non come soggetto a cui imporre il pagamento di qualcosa, per cui anche la qualità dei programmi sarebbe migliore. Non ci sarebbe altro da fare che produrre qualcosa di interessante e chiedere in cambio che la si paghi per vederla. Rimarrebbero i canali gratuiti, sostenuti dai ricavi della pubblicità. Non ci sarebbero inutili discussioni sul futuro di RETE 4 e sui torti subiti da EUROPA 7. Ricordo, da studente, lo sciopero di tutti i quotidiani d’Italia, contro l’uscita di un altro quotidiano, IL GLOBO, che aveva il “torto” di essere stampato con la nuova tecnologia del laser, adesso usata da tutti, anche per stampare il giornale della parrocchia. Un giorno da oscurantisti. Per un giorno, contro la nuova tecnologia, tutti i quotidiani d’Italia non furono in edicola. Solo che allora era il nuovo, e metteva paura a chi non sapeva immaginare un mondo diverso da quello in cui era abituato a vivere fino ad allora. Anche sul colore per la stampa dei quotidiani, all’inizio e a metà degli anni ottanta, ci sono state prese di posizione ancorate al vecchio, e quotidiani come Repubblica e La Stampa scrivevano che mai sarebbero stati in edicola a colori.

La storia racconta, a volte in anticipo.

La disponibilità del digitale terrestre è il futuro.

La mente di ciascuno può vederlo adesso, in anticipo. Oppure chiudersi e chiudere alle nuove prospettive. Ma, presto o tardi, sarà così. Perché il futuro arriva, comunque. Anche quando proviamo a mettere illusori ostacoli perché ciò avvenga.